Il Medioevo della comunicazione  

Chi ascolta chi?
Una delle cose che più inquietano non solo in Italia è la totale sordità del sistema della grande comunicazione.
Quello che una volta era il dibattito culturale, il confronto e lo scontro delle idee, si è trasformato in un penoso spettacolo televisivo o paratelevisivo, che riguarda un circolo ristretto di soggetti.
I partecipanti con diritto di parola sono selezionati in base a logiche arbitrarie e soprattutto clientelari.
Sui giornali maggiori dominano gli editorialisti che si punzecchiano reciprocamente con lo scopo poco nobile non di ragionare tra loro, ma solo di ottenere il consenso di chi li legge.
In televisione gli attori di questa singolare commedia sono sempre gli stessi, viaggiano da Porta a Porta a Ballarò, da Agorà a Quinta Colonna, dall’Ultima Parola alla Guerra dei Mondi, passando per allegri pomeriggi sui canali 1,2,3,4,5 ecc.
Qua e là affiora, quasi a sorpresa, qualche presenza insolita di puro contorno. Tanto più che la TV trasforma ogni dialogo in uno scontro personale che ha l’unico scopo di ingraziarsi gli spettatori. L’informazione è ridotta in quel contesto a pillole superficiali e inverificabili che non lasciano tracce.
Questa degenerazione contagia purtroppo anche le ultime isole di stampa libera, prigioniere di un’attualità culturale imposta dall'alto.
Il risultato è che quasi tutti ignorano le realtà minori, che restano tristemente sommerse.
L’opacità generale ha un effetto indiretto anche sulla cultura cosiddetta underground, che finisce per crogiolarsi nel suo minoritarismo, affollata com'è di microgruppi che si sfogano vanamente su facebook o sui mille e mille blog visti dai soliti quattro amici, un oceano di voci che nessuno ascolta in cui affogano anche i pensieri e i progetti più innovativi.
Come rompere questo accerchiamento che trasforma la realtà complessa in banalità e frantuma ogni discorso sensato?
Come ripristinare un dialogo in cui ci si ascolta davvero, liberandosi dalla sterile esibizione di sé che ormai inquina ogni discorso?
Ecco alcune delle questioni da porre, prima di ogni roboante programma, a coloro che vogliono sul serio ricostruire una sinistra all'altezza delle sfide dei nuovi tempi.
Tutto il resto è chiacchiera.
Ruggero


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Storia di un Logo 
"Ci vuole un logo" sono state le parole del mio amministratore.
"Obbedisco" ho risposto (generalmente gli rispondo sempre così quando so che ha ragione.)


Potrei qui considerare per ore sulla percentuale di volte in cui gli uomini in generale hanno ragione, ma non è questo il nocciolo della questione...

Torniamo a bomba sull'argomento. Trovare un logo.
Naturalmente c'è chi fa questo di mestiere o di professione, che dir si voglia, io non sono fra loro (come Voi ben sapete...)
Però, seguendo la filosofia del "ci provo", la mia mente si è messa autonomamente in movimento.
Comunicare è un dono, un'arte, forse un mestiere.
Io sono per l'immediatezza, la sintesi, la spontaneità, ma non è semplice racchiudere l'immensità del pensiero in un immagine (logo) unica.
Avrei sostanzialmente bisogno di un logo a tempo determinato...
ma poi non sarebbe più un logo...

Ho focalizzato dunque la mia attenzione su ciò che mi sta più a cuore:
la libertà di pensiero
espressa in modo intelligente, leggero, ironico, geniale, mai mediocre e meschino, sempre volando in alto!

La mente umana è un organo affascinante, spesso messo in un angolo dagli accessori, risponde agli stimoli con prontezza e dinamicità immediata.
Partendo dalla libertà di pensiero sono arrivata ad un aeroplanino di carta.
Cosa c'è in mezzo?
Una Piuma, una Pozzanghera, Dedalo e Icaro, l'Aquila, l'Ornitottero di Leonardo, Patrick De Gayardon, il Dirigibile Good Year...

L'Aeroplanino di carta: leggero, ironico, talvolta insolente, alla portata di tutti, vola solo se ha l'impulso giusto...
Ecco il mio simbolo, è il mio logo.
Ho avuto l'OK del mio amministratore, dei miei figli, di mio marito, della "sora Gina"...
insomma il logo ed io ci piacciamo, ci siamo scelti, vi piace?

P.S. verrà approfondito in seguito il discorso "obbedisco"



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Probabilmente smetterò domani 


Stamattina è come se la vita avesse scoperto che non ho fatto i compiti. Dovevo consegnare un lavoro che non ho mai iniziato perché ho capito che non ho assolutamente voglia di farlo. Ho quindi passato una notte intera ad alternare il sonno all’autocommiserazione.

Quando riesci a rendere la tua passione un mestiere, corri il rischio di tradire te stesso. Pur di non perdere occasioni, accetti anche proposte che non ti somigliano, che non ti fanno crescere, che tirano fuori i tuoi lati meno interessanti, che abbrutiscono il tuo piccolo talento, che mettono in discussione il tuo piacere nel fare le cose.

Non bisogna mai perdere l’entusiasmo per le cose che amiamo. È un sacrilegio, è un peccato, è una follia. Per evitare di sentirmi a disagio con quello che mi piace, ho imparato a fare una cosa che solo dieci anni fa mi sarebbe sembrata impossibile.
Ho imparato a dire di no. Anche a rischio di perdere futuri contatti più interessanti. Mi dispiace, non me la sento, preferisco non farlo. È il motivo per cui, per campare, mi ritrovo a fare altri lavori. Quando ce ne sono e quando pagano.

Pochi giorni lontano dal mare hanno sbiadito la mia abbronzatura. Non me ne sono accorto, mentre andava via piano piano. Ieri mi sono guardato allo specchio e mi sono visto pallido e sbiadito, con l’estate che mi scivola addosso, sgocciolando sulle infradito, fino a sparire.

Ho fatto la mia lista di buoni propositi e ogni anno è sempre più breve. Non perché abbia realizzato quelli degli anni precedenti, ma perché ho imparato che devo essere molto più indulgente con me stesso.

A volte penso di essere un gatto, pigro e acciambellato sul davanzale della finestra. Delle mie nove vite, ne ho già fatte fuori un po’ e devo impiegare le altre con parsimonia.
L’aria di questo settembre profuma di sfide e di coraggio e questo lunedì farò altri progetti.
Probabilmente, smetterò domani.
Ruggero

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Il bombardamento di Lauria... sono trascorsi settanta anni 

Lauria 7 settembre 1943. Io quel tragico giorno l’ho vissuto in prima persona.
Avevo quasi sei anni, abitavo al quartiere “Casaletto” in via Giovanni Cosentino, ma spesso ero dai nonni materni, che abitavano al quartiere “Taverna” in via Carlo Alberto.
Conoscevo tutti i bambini ed i ragazzi della "Taverna". Ricordo ancora i loro nomi: i due fratelli Peppino e Carina, Rita con i fratelli Pasquale e Peppino, Vittorio, Ugo.
Anche se piccoli sapevamo perfettamente e a nostre spese, purtroppo, che l'Italia fosse in guerra.
Spesso vedevamo passare stormi di aerei, di notte stavamo al buio perché si doveva osservare l’oscuramento completo, nessuna luce trapelava dalle abitazioni.
I generi alimentari erano razionati con la carta annonaria, detta “tessera”, anche i farmaci erano quasi introvabili. La guerra ci univa anche nell'ansia, ogni famiglia era preoccupata per la sorte di un figlio, di un padre, di un marito che era in guerra e del quale non si avevano notizie.
La mattina del giorno 7 settembre 1943 io e mia madre eravamo andati a casa di mia nonna e dopo un po’ che eravamo lì sentimmo rombi di aerei e boati. Una famiglia composta da marito moglie e due bambine, di cui una di pochi mesi, che abitava vicino a casa di mia nonna, venne a rifugiarsi da noi. Una mia amica Rita, che stava giocando con me, fu richiamata a casa dalla madre.
Mentre gli scoppi ed i boati si facevano più frequenti ed intensi il vicino di casa, unico adulto presente, prese un po’ il comando della situazione. Già in precedenza, nel timore di un bombardamento, mia nonna aveva fatto fare ad un parente un sopralluogo alla casa per stabilire un eventuale rifugio.
I posti indicati furono due: una specie di grotta al piano terra ed un arco nel muro, (una volta in muratura di rinforzo e di spessore maggiore del muro), prospiciente via Carlo Alberto al primo piano. Fu scelto quest’ultimo posto come rifugio. Ci sistemammo sotto “l’arco”, per meglio dire ci ammassammo in piedi, in quanto tra grandi e piccoli eravamo in otto, mentre gli scoppi erano quasi continui.
Ad un certo punto ci fu uno boato fortissimo, la casa tremò ed istantaneamente fu invasa da un polverone. La bambina piccola lanciò un urlo quasi inumano, io gridai “mamma mi soffoco”, il vicino di casa, che si era sistemato davanti a tutti noi a braccia distese a mò di protezione, diceva “calma, calma, respirate mettendo un fazzoletto sulla bocca”.
Non si vedeva niente, eravamo immersi tutti in un polverone. Per nostra fortuna gli scoppi cessarono e pian piano la nube che ci avvolgeva incominciò a diradarsi...
Solo il vicino si mosse, noi rimanemmo immobili nel luogo che ci sembrava più sicuro. Si affacciò dal balcone che dava su Via Carlo Alberto e disse:
“Siamo vivi per miracolo. La casa di Donna Mariuccia (la dirimpettaia) è rasa al suolo, quelle a fianco sono danneggiate, qui il balcone non esiste più, il pavimento è tutto sconnesso, ora non muovetevi perché io vado avanti a vedere se l’uscita è libera e sicura”.
Ritornò subito e ci invitò a muoverci uno per volta, per paura che il solaio potesse crollare, verso l’uscita che dava sul lato opposto.
Arrivati all'aperto vedemmo la distruzione e le macerie che ci circondavano.
Passammo le settimane seguenti presso dei parenti che abitavano in contrada Seta. La casa che ci ospitava era composta dalla cucina e dalla stanza da letto. Ci vivevamo in undici.
Ritornai alla "Taverna" qualche tempo dopo, con mia madre, quando la situazione sembrava essersi ristabilita (era stato firmato l'Armistizio) e immediatamente fui colpito dal silenzio e dalla desolazione che vi regnavano.
Non trovai quasi più nessun amico, c'erano solo Vittorio ed Ugo. Nella casa che fu rasa al suolo dalle bombe c'erano otto persone, cinque erano amici miei.
Ricordo, e non dimenticherò mai, la corsa di Rita verso la sua casa, per rispondere alla chiamata della madre. La sua fu una corsa verso la morte che, in una guerra assurda, scatenata dalla sete di potere degli uomini, colpiva chi aveva appena iniziato il percorso della vita.
Oggi, quando sento i Potenti del mondo affermare che la pace si ha facendo la guerra, ho brividi.
Penso alle bombe, guardo i miei nipoti giocare e penso che la storia non ci ha insegnato nulla.
Trovarsi nel mezzo di un bombardamento è orribile!
Uscire vivi da un bombardamento lo è altrettanto.
Vorrei che questi Signori, in preda di una “benevole” magia, si trovassero indifesi al centro di un bombardamento per cercare realmente la via della pace fra i popoli.

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Agosto è sempre la resa dei conti! 


La pausa in cui tutto rallenta, i ritmi, la musica che ascolti, l’ansia per i debiti, il rumore della città che vive sotto la tua finestra.
Sono stato al mare, perché un’estate senza mare io non la ricordo da mai, e ho passato del tempo con le persone che amo da una vita.

C’è un’età in cui ami passare il tempo in famiglia, seguita dagli anni in cui detesti anche solo l’idea di un pranzo insieme a mammà, e poi torna un momento in cui ti fa piacere stare con la gente della tua razza. Questo momento lo chiamano età adulta.

Come ogni estate ho capito delle cose. Soprattutto su di me, che sono diventato un libro aperto a fatica, con le pagine incollate e staccate col tagliacarte, una a una, per non sciuparle.

Ho capito che i traguardi sono punti di partenza, che non bisogna mai pensare di essere arrivati, perché la strada è lunghissima e, se ti fermi un momento e i muscoli si rilassano, poi farai fatica a riprendere il cammino.

Perché l’importante nella vita è avere sempre margini di miglioramento.

Ho capito che a invidiare gli altri si perde il gusto di quello che si ha, si spreca un sacco di tempo in cui potersi godere le cose belle, facili e nostre. E anche se l’invidia è un sentimento naturale, quando arriva dovresti respirare a fondo e contare uno, due, tre… dieci e sforzarti di sorridere e pensare che tutti hanno alti e bassi e che un giorno sarai così felice che nemmeno noterai cosa succede intorno a te.

Ho capito che chi non riesce a dirti “ti amo” non ti ama. E basta. Non esiste un morbo che smorza le parole in bocca, che toglie il respiro, che taglia la lingua. Puoi fraintendere gesti, attenzioni, sorrisi, emozioni, ma quando una persona non ti ama, prima o poi, te ne accorgi. E allora devi alzarti, girarti e camminare lontano lontano.

Ho capito che la fretta è positiva solo se hai un progetto.

Ho capito che, se non riesci a comprendere le storie d’amore che vivi, figurati se potrai mai concepire e giudicare le storie degli altri!

Ho capito che la bellezza, la magrezza e la ricchezza sono sì importanti, ma vuoi mettere il valore di un giro in moto nei campi di girasole? O un gelato con tanta panna che cola da ogni lato? O i piedi che entrano nell’acqua di mare fredda? O i baci della mia amata che con le mani che ti carezza il viso, chiudi gli occhi, e ti dimentichi dove sei?

Mentre passeggiavo nella città deserta, dalla finestra di un palazzo chiaro è arrivata la musica di un pianoforte. Non c’erano macchine per la strada e quelle note sembravano la colonna sonora del film della mia fine estate. Allora mi sono fermato ad ascoltarle e sono durate troppo poco. E quando le dita hanno smesso di pigiare i tasti, ho infilato di nuovo le cuffie e ho continuato la mia corsa...
Ruggero

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